Testimonianze

Unitixlavita, uniti per la vita, associazione  volontari oncologico

«Era il mio primo anno, di tanti anni che sarebbero seguiti, di volontariato presso l’ospedale oncologico della

mia città. Ricordo che era un estate caldissima perchè nelle corsie l'aria condizionata non funzionava e ciò causava disagi agli 

ammalati . Da una stanza arrivavano dei lamenti. Entrai e

una donna , con indosso una leggera canottiera, stava seduta sul letto dondolandosi e lamentandosi:

“ohi...ohi...ohi, che caldo... “ Mi avvicinai, lei mi guardò con occhi imploranti, cercai di rincuorarla e cercai

un ventaglio ma trovai solo un pezzo di cartone ai piedi del letto. Iniziai così a sventolarla piano piano, non

so per quanto tempo, lei mi ringraziò con lo sguardo, ma non bastava. Mi venne un idea: procurai delle

garze le bagnai con dell’acqua fresca e così, delicatamente, le tamponai il corpo, almeno nelle parte che

aveva scoperte, il viso, il collo, le braccia, le gambe. Lei mi guardò con uno sguardo che non dimenticherò

mai e mi ripeté per ben due volte, in sardo, " Deus ti du paghidi" (“Dio ti ripaghi”). Appoggiò finalmente la

schiena sul cuscino e serenamente si addormentò. Fu un’esperienza indimenticabile che mi convinse

ancora di più a impegnarmi nell’aiuto agli ammalati. Un percorso che mi arricchisce come persona, ogni

volta che ritrovo lo sguardo di quella donna in un’estate afosa di tanti anni fa»

[A., una volontaria]

.


«Entro in corsia in punta di piedi e in silenzio ....... sono le 7,30 del mattino... alcuni pazienti ancora dormono,

altri si stanno svegliando, altri ancora hanno trascorso la notte insonne.

Vedo una paziente che con molta fatica cerca di infilarsi i calzini e mi offro di aiutarla. Lei acconsente

dicendomi che mi avrebbe ripagato con del miele.

Le infilo i calzini, l'aiuto a mettersi le pantofole e l'abbraccio dicendole "Mi sto prendendo il miele

promesso"

E lei: "Come faceva a sapere che questo era il miele che dovevo offrire?"

Rispondo. " Questo è il miele che più mi piace"

..... Dolcezza infinita ......

[M., una volontaria]


«Ci sono persone che parlano tanto ma fanno solo rumore e altre, invece, che con i loro silenzi riempiono le

stanze... Conobbi Ines una mattina entrando nella sua camera dove era ricoverata assieme ad altre due

signore. Mi colpì subito perché, sdraiata, dava le spalle alla porta, il suo letto era quello accanto alla

finestra. Salutai come al mio solito e mi risposero tutte, tranne Ines che di spalle era e così rimase. Più

eloquente di così... Rispettosa , mi trattenni con le sue compagne di stanza e poi, nell'andar via, diedi un

saluto generale. 

Nel tempo mi capitò di trovarla spesso ricoverata, sempre di spalle e, stranamente, il suo

letto era quello o vicino alla finestra o quello accanto alla parete. Guardandola , avevo la sensazione che

avesse eretto delle pareti trasparenti tra lei e il resto della camerata, quasi a volersi nascondere e rendersi

invisibile da tutto il contesto, malattia compresa. 

Una mattina, mentre aprivo la porta che mi portava in un

altro reparto, mi sentii improvvisamente abbracciare . Era lei, era Ines! Rimasi basita per qualche frazione di

secondo, mi stringeva forte, felice. Risposi al suo abbraccio, le sussurrai:

" Buone notizie?!"-

" Si... Si, grazie!", mi rispose.

Restammo abbracciate , non so per quanto tempo, forse solo qualche secondo. Strano, perché il calore di

quell'abbraccio ancora lo sento e son passati anni....»

[S., una volontaria]


«Una mattina, entrando in reparto l’ infermiera caposala segnalò, a me e alla mia

collega, la presenza di un'ammalata in difficoltà. Era una suora, stava male ed era

lontana dalla casa madre. Entrando ci rendemmo subito conto della gravità, la

poverina giaceva immobile a letto, non poteva parlare, alzarsi o cibarsi da sola. Che

fare? Dopo un attimo di scoramento riuscimmo a trovare un modo di comunicare, noi

facevamo le domande e lei avrebbe risposto sollevando un dito una volta per il si e

due volte per il no, un passo avanti! Ricordo che aveva due incredibili occhi celesti che

seguivano ogni nostra mossa, quasi a volerci aiutare almeno con lo sguardo. Felici per

questo approccio andammo così avanti per molte settimane, sino a quando , una

mattina, al suo posto trovammo un'altra signora. Con la collega ci guardammo un

attimo negli occhi pensando , ahimè , al peggio. Molto tempo dopo , entrando nella

stessa camera, ci accolsero due occhi celesti e un sorriso smagliante: era lei, la nostra

amica suorina! La salutammo caldamente, non ci sembrava vero! Era stata trasferita

in altro reparto per poi rientrare in medicina per altra terapia. Stava decisamente

meglio, ancora a letto, ma con tanta voglia di chiacchierare e di vivere e ancora un bel

po’ di percorso terapico da affrontare. E così passò altro tempo sino a che una

mattina, entrando in camera, la trovammo seduta sulla poltrona , vicino alla finestra,

con indosso il suo bel saio: era in dimissioni! Ci accolse col suo bel sorriso ,

prodigandosi in ringraziamenti per noi e per le colleghe che nel tempo si erano

alternate. Noi rispondemmo con calore, ogni guarigione per noi volontari è un po’

come una nostra guarigione, ma ciò che ci disse salutandoci ci lasciò di stucco:

" Grazie per il vostro sorriso, non cambiate mai perché qui di sorrisi ce n'è tanto

bisogno!"

Confesso che ritornai a casa sulle nuvole e penso che anche per la mia collega sia

stato lo stesso. E ogni volta che qualcuno mi chiede perché faccio volontariato gli

racconto degli occhi azzurri della mia suorina»

[A.M. , una volontaria]

.


«L'Hospice è una piccola struttura sanitaria di solo 14 letti, con una

sua efficientissima equipe medica e paramedica, nella  quale con discrezione l'ammalato e

la famiglia, in un particolare periodo della loro vita, vengono validamente

supportati da tutti i componenti la struttura, con competenza e amore. 

“Uniti per la Vita" entrò a far parte dell’ Hospice poco dopo la sua inaugurazione, circa 8 anni fa,

con un piccolo numero di volontari di cui io faccio parte. Ciò che mi ha sempre colpito

è lo sguardo degli ammalati ( là dove il loro stato glielo consente ancora) quando

varcano la soglia di questa "clinica" speciale circondata dal verde, con ambienti

confortevoli che non ricordano per niente le asettiche strutture ospedaliere, dove c’è

sempre chi si occupa di loro con premura e attenzione. Qualcuno domanda: " Ma si

paga? Quanto?" e alla risposta negativa si guarda attorno dubbioso. Un giorno un

paziente mi disse : "finalmente in Italia qualcosa che funziona"

Il servizio di noi volontari non è semplice, spesso caratterizzato dalle porte chiuse

delle camere che cerchiamo sempre di varcare in punta di piedi, con la massima

discrezione e rispetto delle sofferenze. Cerchiamo di essere loro di conforto , offriamo

la nostra spalla ai parenti, impotenti ed esausti davanti alla sofferenza dei loro cari. .

Ma ciò che mi porto e porterò sempre nel cuore sono le centinaia di storie di

ammalati che negli anni ho conosciuto, permettendomi di far parte della loro vita , dei

loro ricordi e affetti, semplicemente, come una di famiglia»

[A.S., una volontaria]


«Una mattina di una estate tanto tempo fa un infermiere vedendomi arrivare in corsia

mi chiese se potessi occuparmi di un paziente con qualche difficoltà per la colazione.

Accettai l'invito e recandomi nella camera che mi era stata indicata vi trovai un

giovane uomo impossibilitato ad alzarsi dal letto.

L'accoglienza fu una delle più calorose che abbia ricevuto nella mia vita. Al mio saluto

l'uomo mi rispose subito con un sorriso che ancora porto nel mio cuore. Era solo in

camera, senza poter scambiare due parole con chicchessia se non quando entravano

gli infermieri o i medici o noi volontari. Era sposato ma la moglie prima di una certa

ora non poteva arrivare perché lavorava e aveva due bimbi da accudire: me lo raccontò lui, quasi a volersi

scusare se era costretto a chiedere aiuto per la colazione. Aveva appetito, era da

giorni che non mangiava o stave male immediatamente dopo aver mandato giù qualcosa. 

Lo guardai con affetto e un po' scherzando e un

po' su serio gli raccontai che con me i pazienti mangiavano tutti. Appellandomi alla

mia esperienza e all'istinto, , guardai la colazione che gli era stata lasciata sul comodino: un bicchiere di the e due marmellate 

monoporzione. 

Partii da lontano...Gli chiesi se avesse voglia di rinfrescarsi , lui acconsentì ben volentieri e così iniziai a

passargli un asciugamano umido sul viso. nel frattempo iniziai a fargli bere un

cucchiaino di the mentre lui parlava e parlava. Aveva voglia di raccontarsi. Io lo

ascoltavo e ogni tanto , molto lentamente, gli davo un cucchiaino raso di marmellata,

oppure uno di the.

Passò il tempo, quasi un ora, non ce n'eravamo accorti. L'uomo iniziava ad

essere stanco. Guardammo assieme il comodino, aveva finito le marmellate e bevuto

due dita di the, per lui un vero traguardo Meravigliato mi ringraziò, non si capacitava di non essersi

sentito male. Il bello era che io ero più felice di lui. Ci salutammo, era giunto il tempo

che si riposasse, mi disse: "lei ha le mani sante", Lo ringraziai ed uscii dalla stanza. Fu

allora che mi guardai le mie piccole mani e per un attimo, confesso, ci ho quasi

creduto!»

[S., una volontaria]